Nelle favole si concentra, in modi spesso non agevolmente ricostruibili, la sapienza e la specifica visione del mondo dei popoli che le tramandano. Si tratta di un segno di identità tra i più forti, soprattutto da quando (almeno nelle società in cui si è imposto il culto di qualcuna tra le grandi religioni) il mito, sotto forma di verità rivelata, è divenuto appannaggio di una casta di sacerdoti che ne custodiscono la trasmissione e l'interpretazione. Per questo, l'esercizio di logica, fantasia, intelligenza che ciascun gruppo riservava all'espressione mitica si è riversato sulla narrazione non sacra, destinata ai bambini o ai momenti di festa. La fiaba, accanto alle altre narrazioni folkloriche, ha conservato la forza insita nelle modalità della sua trasmissione, in cui la partecipazione attiva degli ascoltatori si fondeva col racconto orale del cantastorie o dell'anziano.
La fiaba, in virtù di questa sua adesione alla humus profonda della vita dei popoli, appare così un modo di atteggiarsi da un lato del particolare, dello specifico, del singolare di ogni gruppo; dall'altro, in virtù della sua possibile diffusione tra gruppi diversi e del suo esaltare le più semplici regole di funzionamento della mente umana, appare, appunto, universale, generale, comune, affratellante. Tutti possono godere con lo stesso piacere delle fiabe di tutti i popoli. Tutti possono apprezzare, nell'incanto di quelle vicende, nella comprensione immediata e istintiva dell'apparente stranezza di quelle storie, le specificità di vita e di cultura dei popoli che le hanno tramandate.
La fiaba ci appare dunque come sintesi del particolare e del generale, del singolare e dell'universale. Un modo esemplare per trattare la differenza, per renderla matrice di dialogo anziché base di rifiuto e di conflitto.

Questa proprietà affatto peculiare delle fiabe spiega probabilmente come la traduzione e la pubblicazione di fiabe di tradizioni geograficamente o culturalmente lontane sia divenuta uno dei principali modi per dialogare e conoscersi tra popoli diversi e lontani. La fiaba ha anche storicamente affratellato popoli spesso tra loro ostili, ha mantenuto vivi momenti comuni tra genti in guerra. La fiaba si diffondeva nei posti più impensati, e si lascia adattare alle intenzioni e agli usi più vari. La fiaba si trasmetteva nelle piazze, nelle fiere, e da queste passava alle strade, alle case e ai giacigli (nella forma di filastrocca e ninna nanna). Oggi, attraverso il mercato globale, ridiviene veicolo di fratellanza e di comunanza, passa per le scuole e, per loro tramite, entra nelle case. È bello poter immaginare le scuole come mercato alternativo, come fiera della differenza della conoscenza e del dialogo, dove ci si scambia le favole, in contrasto con la fiera delle merci e dei consumi, dove ci si scambia omologazione.
Ma come la scuola è diversa dal mercato, come la conoscenza è differente dalla merce, come la compravendita è altra cosa dal dialogo, così quel che si potrà fare con le fiabe sarà diverso da ciò che si fa con un oggetto di consumo.
Le fiabe si ascoltano, ma ascoltarle non è mangiare una merendina. Le fiabe si riascoltano mille volte, a una certa età, ma non sarà come mangiare la stessa caramella. Con le fiabe, nelle scuole e nelle case, a un certo punto si potrà giocare. Ma non sarà la stessa cosa di un gioco fatto con la merce delle major dell'entertainment. Il gioco con le fiabe dovrà essere un'altra cosa. Non potrà ricordare per nulla la passività con cui uno spettatore guarda un cartoon di Hollywood.

Con le fiabe si gioca e si impara. Si impara giocando. Possiamo immaginare due tipi di gioco. Il gioco "fantasia" e il gioco "filologia". E suggerire a bambini, genitori e insegnanti piste da percorrere. Partiamo dall'ultimo, che potrà apparire più strano. Sembra quasi un ossimoro: "gioco filologia". Ci immaginiamo il filologo come un austero personaggio che passa le sue giornate in biblioteca a contemplare e consultare libri spesso antichi. Come un tipo pedante, che spacca in quattro le parole e non è mai contento di come ci si esprime. Eppure non c'è niente di più giocoso della filologia (chi conosce la biografia e ha letto gli scritti del maggiore dei filologi classici italiani del secolo scorso, Giorgio Pasquali, sa bene a cosa alludo).
La filologia è il più grande gioco che si può fare con le parole. E un amore per le parole, prese e esaminate nei loro nessi e nella loro storia. E una grande investigazione, avvincente e stimolante ma non tragica perché non c'è nessun delitto. Anzi, talora i morti ritrovano la vita. E il gioco che si fa per conoscere e rispettare gli altri, conoscendo e rispettando il modo in cui parlano o hanno parlato. Per questo, il primo gioco da fare con le fiabe è quello di conoscere chi ce le ha tramandate. Conoscere quali esperienze vi sono racchiuse, quali realtà evocate, quali usi e costumi richiamati. Conoscere il posto da cui vengono. Conoscere per bene - e la regola del gioco è di essere molto ma molto precisi - le differenze che ci sono fra noi e loro. Conoscerle per raccogliere meglio quel che di generale vi è in ogni storia: lo scacco, l'avventura, la sfida, l'abilità, la paura. Ovvero, la narrazione, che è l'essenza stessa del linguaggio e, quindi, dell'uomo.
Il "gioco filologia" è qui esaltato dal rifrangersi di ciascuna fiaba nelle angolazioni che assume nelle varie lingue in cui potrete leggerla di seguito. Gioco filologia e gioco degli specchi. Anche qui, il gioco che Tolbà ci predispone è vario e intrigante. Potremmo divertirci a individuare, aiutati da un buon dizionario etimologico e da un manuale di filologia romanza, come si dispiegano le differenze tra il latino e le lingue che ne derivano, dal rumeno all'italiano al francese allo spagnolo. Potremmo farci spiegare da un linguista, aiutato eventualmente da un etnologo, le interferenze della cultura slava, e della lingua russa in particolare, su lingua e cultura rumene, che dal loro sorgere vi convivono. La differenza sociale e culturale si sostanzia del sedimentarsi di esperienze, lavoro, emozioni, riflessioni, conflitti, pratiche, pensieri. Dal sedimentarsi della vita di milioni di uomini che offrono un loro anonimo contributo a una costruzione faticosa e costante. La filologia è l'amore per tutto questo, per il linguaggio nella sua storia e per suo tramite per la vita di tutti coloro che lo hanno parlato. Per imparare ad amare le differenze, non v'è metodo più efficace del gioco sulle parole e sulla loro storia.
La scuola è il posto dove si impara questo gioco. La base del rispetto e della tolleranza tra i popoli è la conoscenza reciproca delle lingue, delle tradizioni, della storia.

Così gli umanisti, che hanno inventato la filologia così come noi la conosciamo, conoscevano gli altri popoli e arrivarono (solo alcuni tra loro, ahimè, gli erasmiani, né abbastanza potenti) a riconoscere nei selvaggi amerindi uomini come gli altri, contrapponendosi a quei poteri che ne avrebbero, di lì a poco, legittimato lo sterminio.
L'altro essenziale gioco è il gioco della fantasia. Una fiaba è un meccanismo straordinario di creazione di altre storie, di libero gioco con le parole. Gianni Rodari è il maestro che ci ha insegnato la filosofia dei giochi che i bambini possono fare con le parole e con le fiabe, per imparare "tutti gli usi della lingua". E tra questi giochi tanti ce ne ha indicati con le fiabe.
Per esempio, mettere le fiabe in scena. Oppure, inventarne un prosieguo, coerente con la natura e i caratteri dei personaggi. Oppure ancora, analizzarne la fabula con il metodo formale di Propp, per poi provare a cambiare i personaggi senza alterare la sequenza delle scene né i rapporti relativi tra le varie "funzioni" della narrazione.
Oppure ancora mettere le fiabe "in chiave obbligata", trasferendo per esempio la storia di Praslea in una metropoli contemporanea, dove per vincere le sfide quotidiane contro i draghi delle grandi forze che governano il nostro mondo, che riempiono o svuotano le nostre borse della spesa, è necessario stare con gli occhi aperti, non dormire mai, non distrarsi, essere pronti a dubitare, criticare e demistificare tutto. Oppure "l'insalata di favole": Praslea incontra la figlia del re lontana a cui regala un sacco di sale e la coda dell'orso ritrovata nel lago a primavera, perché se ne faccia un collo di pelliccia... Ci si può sbizzarrire all'infinito ad inventare nuovi giochi da fare con i bambini, usando come materia prima il linguaggio, le storie, le favole. Nella grammatica della fantasia Rodari ce ne offre un campionario, ma soprattutto ci spiega come il "gioco fantasia" sia strettamente intrecciato con il "gioco filologia", come l'uno senza l'altro non possano vivere né prosperare. Senza immaginazione e fantasia non si impara la lingua né le lingue quindi non le si può amare, quindi non c'è filologia. Senza filologia, senza amore per la lingua sezionata e sviscerata con precisione e rigore, non si accresce la conoscenza della lingua né delle lingue, e senza lingue non si accresce la fantasia, che rimane asfittica e cieca. Nelle lingue è racchiuso un tesoro inestimabile di saggezza, intelligenza, riflessioni, emozioni, sentimenti. Sono il nostro abito più intimo, che ci accompagna nelle profondità più recondite della nostra coscienza. La stessa coscienza vive della narrazione di cui le lingue racchiudono la formula logica fondamentale. Lingue, abbiamo detto. Non lingua.
Non c'è, non c'è mai stata una sola lingua. Le lingue sono migliaia. Ciascuna ha un'inestimabile importanza, anche se la parlano poche centinaia di persone: è la testimonianza della vita di tutti quelli che nei secoli l'hanno parlata.
Farci riflettere sulla lingua e sul dialogo è il più bel regalo che questo libro possa farci.

Rocco Postiglione
Docente incaricato di letteratura per l'infanzia all'Università della Basilicata