Il mantenimento della lingua di origine tra gli alunni albanesi
Risultati di uno studio nel materano

Premessa

Come presenza di cittadini stranieri sul territorio, gli albanesi sono di gran lungo la nazionalità più numerosa, sia nella provincia di Matera che nell'intera Basilicata, costituendo circa la metà della totale popolazione di stranieri residenti. Nel 2001, l'Associazione Tolbà ha iniziato un'esperienza di insegnamento della lingua albanese per i figli di immigrati albanesi presente a Matera, presso la propria associazione. Condotte da una ex-maestra albanese, le lezioni hanno avuto risultati mediocri, con una partecipazione scarsa e poco motivata. Nel 2002, la Regione Basilicata, avendo riconosciuto l'importanza, per i cittadini stranieri, del mantenimento della lingua di origine, ha pensato di sostenere un progetto di insegnamento della lingua albanese, proposto dall'Associazione Tolbà, che, avvalendosi delle competenze professionali dell'antropologa Dorothy Louise Zinn, ha voluto dare anche una base scientifica a questa attività. Prima di tutto, si è pensato di realizzare uno studio sulla situazione dei figli degli immigrati albanesi in età scolare, prendendo in considerazione molti degli aspetti che influiscono sulle loro pratiche linguistiche. Lo scopo della ricerca antropologica, pertanto, era di capire, in tutta la sua complessità, la situazione socio-linguistica dei bambini, per poter sviluppare delle linee guide per la stesura di un progetto, a disposizione delle scuole materne ed elementari del Materano, qualora gli insegnanti fossero interessati ad attivarlo. La scelta delle scuole materne ed elementari, per la ricerca, è stata privilegiata per la eccezionale capacità linguistica dei bambini in questa fascia di età (dai 3 ai 10 anni) ed anche dalla prospettiva di agganciare il progetto alle attività di tirocinio svolte dai laureandi dell'Università degli Studi della Basilicata, nell'ambito del Corso di Laurea di Scienze della Formazione Primaria, facendo riferimento ad un protocollo d'intesa tra l'Università e l'Associazione Tolbà; l'Associazione ritiene opportuno coinvolgere l'intera classe scolastica, frequentata dai figli degli immigrati albanesi, in modo da valorizzare la lingua e la cultura albanese e di conseguenza rafforzare la motivazione degli alunni stranieri, cogliendo l'importante opportunità di creare un intervento interculturale mirato ed efficace per tutti i protagonisti del mondo scolastico.

Per l'estrema ristrettezza dei tempi e delle risorse, la ricerca antropologica è stata relativamente modesta da un punto di vista quantitativo; ciononostante, l'approccio qualitativo ha concesso degli importanti spunti di riflessione. A seguito delle segnalazioni del Provveditorato agli Studi di Matera, per l'anno scolastico 2001/2002, sono stati individuati i comuni della provincia con una presenza significativa di alunni albanesi. Sono stati scelti, così, i comuni di Matera, Montescaglioso, Tursi e Bernalda; sono state intervistate 12 famiglie, con un totale di 26 figli e, dove possibile, sono stati intervistati i maestri, coinvolti, o direttamente o attraverso un questionario. La ricerca non si è occupata dei figli di coppie miste italo-albanesi, fenomeno in crescita ma non significativo per numeri.

Sono state prese in considerazione due famiglie kosovare (per un totale di 7 bambini) per provare un confronto tra gruppi di uguale lingua, ma che si differenziano per motivo di soggiorno in Italia, essendo i kosovari rifugiati, mentre i cittadini albanesi immigrati per motivi economici o, come in due casi osservati, per cure mediche.

 

Gli Albanesi nel tessuto sociale locale

Le famiglie albanesi presentano per lo più delle storie migratorie tra di loro abbastanza simili: il padre che, a volte in seguito a prime esperienze migratorie in Italia o in Grecia, si stabilisce nel Materano e successivamente riesce a far arrivare la coniuge ed i figli attraverso il meccanismo del ricongiungimento familiare. In molti casi la famiglia, già composta da uno o più figli nati in Albania, cresce con la nascita di un figlio sul territorio Italiano. Il livello di istruzione dei genitori albanesi in quasi tutti i casi può essere definito medio-alto; il lavoro svolto in Italia, però, è sempre lavoro manuale, di bassa qualifica, in agricoltura o in edilizia. Le donne, in genere, sono casalinghe, anche se, talvolta, lavorano fuori casa, come braccianti agricole o come domestiche; il lavoro delle donne è spesso ostacolato dalla mancanza di asili nidi comunali (in tutti i quattro comuni studiati, eccetto Matera) o di familiari (specie nonne) che potrebbero badare ai figli piccoli.
I quattro comuni studiati presentano delle differenze per quanto riguarda l'insediamento degli Albanesi come gruppo. A Matera ed a Montescaglioso, gli Albanesi non costituiscono una “comunità” che spicca: a Matera perché la loro presenza si “diluisce” tra la popolazione generale non essendosi concentrati in particolari zone residenziali, mentre a Montescaglioso perché, nella stragrande maggioranza, risiedono in poderi isolati nella campagna circostante. A Bernalda ed a Tursi, invece, la presenza degli Albanesi come gruppo è ben visibile, specie negli spazi pubblici (nel Corso o nella Piazza); Ma anche laddove gli albanesi si notano come presenza, sia per nicchia di lavoro sia per momenti di aggregazione nello svago, non presentano agli occhi degli italiani nessuno dei classici markers etnici, oltre all'uso della lingua albanese: non sono visibili le loro pratiche religiose, e quasi mai si definiscono cattolici; non presentano diversità di abbigliamento, di cucina, di rispetto delle festività. In tutti i casi presi in esame, i rapporti tra i singoli immigrati o nuclei familiari ed i loro vicini di casa, i loro colleghi di lavoro e la popolazione autoctona, possono, in genere, definirsi buoni; è significativo, però, che come gruppo gli albanesi si trovano di fronte a molta diffidenza. Evidenza chiarissima di questa percezione negativa degli albanesi è, per esempio, l'estrema difficoltà che hanno nell'accesso alla locazione delle abitazioni a Matera. Il divario tra l'atteggiamento nei confronti degli albanesi come individui o singole famiglie e come gruppo, inoltre, conferma un'osservazione già fatta da Zinn e Rivera in uno studio precedente (D.L. Zinn – A. Rivera 1995).

Variano da comune a comune le iniziative da parte delle Amministrazioni rivolte alla popolazione di cittadini stranieri. Nel capoluogo, risultano essere residenti 99 Albanesi su una popolazione totale di 57.311. I cittadini stranieri a Matera si trovano avvantaggiati, rispetto a quelli residenti in altri comuni della provincia, per via della più estesa offerta di servizi: corsi di lingua italiana L2 per gli adulti, l'attività intensa delle associazioni di volontariato, la presenza di asili nidi comunali e strutture di doposcuola, con cui il Comune ha una convenzione per agevolare le famiglie bisognose di aiuto all'infanzia; dalla ricerca è emerso che i centri di doposcuola incidono molto positivamente nell'inserimento sociale degli alunni stranieri e nel loro rendimento scolastico.

A Montescaglioso, dove sono residenti 106 albanesi su una popolazione totale di 9.962, ci sono state alcune iniziative per favorire l'integrazione dei cittadini stranieri: corsi di lingua italiana per adulti, progetti per adulti immigrati a rischio di esclusione sociale e l'estensione del programma RMI (Reddito Minimo di Inserimento) ai cittadini stranieri. La possibilità di usufruire di queste misure, la cui continuità, tra l'altro, non è garantita per via di cambi di amministrazione e di politiche sociali, è fortemente limitata dalla tendenza degli albanesi di insediarsi nelle campagne, spesso relativamente distanti dall'abitato urbano; per lo stesso motivo risulta difficile creare degli interventi per le scolaresche, svantaggiate, inoltre, dalla mancanza di strutture di doposcuola con refezione.
A Tursi, con 141 albanesi su una popolazione totale residente di 5751 abitanti, l'Amministrazione non promuove nessuna iniziativa specifica per gli immigrati oltre a qualche corso di formazione; gli albanesi sono stati definiti “molto ben inseriti” da una impiegata comunale. Nel 2001, una organizzazione di Nova Siri ha condotto un corso di lingua e cultura italiana per stranieri, che si ripeterà nel 2003. A Tursi, come a Montescaglioso, sono stati estesi i programmi di RMI agli stranieri, in massima parte cittadini albanesi. Come attività di doposcuola i bambini possono accedere solo a lezioni private, che risultano troppo costose per le famiglie straniere.
A Bernalda, dove resiedono 77 albanesi, su una popolazione totale di 12.319 abitanti, sono stati organizzati corsi di italiano per adulti, ma in orari che non consentivano la frequenza alle donne; esiste un asilo nido privato che, come le lezioni private di doposcuola, sono una spesa troppo esosa per le famiglie straniere.

 

Educazione interculturale nelle scuole

Va sottolineato che è diffuso, in tutti i comuni presi in esame, con rare ma significative eccezioni, un clima generale di indifferenza verso il tema dell'interculturalità. Questo è alquanto sorprendente, soprattutto nell'ambito scolastico, dove ormai si verificano casi in cui la presenza degli alunni stranieri contrasta il generale decremento demografico, “salvando” così delle classi che sarebbero altrimenti accorpate e, di conseguenza, dei posti di lavoro. Inoltre, per via della struttura dell'insegnamento con i team, ogni bambino ha contatto con almeno tre maestri; dunque si può calcolare che la presenza degli alunni albanesi (per non aggiungere altri gruppi) è un fenomeno che coinvolge diverse centinaia di insegnanti, in tutta la provincia.
Per quanto riguarda ciò che accade nella classe, pochi alunni albanesi hanno riferito un interesse da parte degli insegnanti per la loro provenienza: solo qualche domanda sporadica che quasi mai è diventata spunto per l'insegnamento. Si potrebbe ipotizzare, in linea con i risultati dello studio a cura di L. Perrone (1998), che si tratti di una precisa “strategia pedagogica”, quella di “ignorare” la diversità dell'origine dell'alunno. Emblematico è il racconto di una maestra che, accortasi dell'esigenza di andare oltre il mero sostegno e di rafforzare il mantenimento della lingua e della cultura di origine, proprio tra gli alunni albanesi, ha proposto un progetto in questa direzione; però non avendo avuto riscontro tra i colleghi non se l'è sentita di proseguire da sola e non se ne è fatto più niente. Laddove ci sono stati interventi interculturali specifici, quasi sempre si sono limitati agli aspetti più folcloristici e stereotipati della diversità culturale, oppure, nonostante le buone intenzioni, si è riusciti soltanto ad offrire sostegno linguistico per l'italiano.

Bisogna dire, però, che si sono riscontrati alcuni (rari) casi in cui gli insegnanti hanno svolto i loro progetti “normali” con molta bravura e con un autentico spirito interculturale, per cui, senza una intenzionalità precisa, sono riusciti a fare veri e propri interventi interculturali. La quasi totalità dei bambini intervistati ha riferito, da parte dei compagni di classe, una viva curiosità per la lingua albanese; purtroppo questo atteggiamento positivo non è quasi mai sfruttato ai fini di un insegnamento interculturale mentre sarebbe uno spunto importante su cui lavorare per la valorizzazione di essa.

Gli alunni albanesi nelle scuole: osservazioni generali

Il profilo degli alunni albanesi nel Materano, che emerge dalla ricerca, ricalca con una certa fedeltà il quadro presentato nello studio di Perrone sulle scolaresche albanesi nel Salento (L. Perrone 1998): si è notato che, in generale, gli alunni albanesi frequentano con profitto, dimostrano una buona capacità con la lingua italiana, e che, rispetto ad alunni di altra provenienza straniera, hanno una identità culturale meno marcata e sono più disposti ad accettare i modelli della cultura di accoglienza. Gli scolari che arrivano a Matera dall'Albania con un'esperienza scolastica pregressa sono stati per lo più inseriti in classi appropriate alla loro età. Negli altri comuni sono stati invece messi in media un anno indietro; in due casi sono state riferite esperienze vissute molto negativamente di bambini con uno scarto di età di almeno due anni rispetto ai compagni di classe.
Risulta, dalla nostra ricerca, che la scuola italiana riveste grande importanza agli occhi dei genitori albanesi: la metà delle coppie ha espressamente legato il proprio progetto migratorio – cioè, la decisione di rimanere in Italia o di ritornare in Albania – al percorso scolastico dei figli o al desiderio futuro dei figli di studiare.

Quando le è stato chiesto se pensa di rimanere in Italia, una madre, per esempio, ha detto che “Quello che [le figlie] scelgono di fare, io e E. (il marito) faremo. Aspetto che [le figlie] finiscano la scuola”.

Un'altra mamma, M. diceva: “Per il momento stiamo qui. … Le bambine hanno iniziato la scuola qui.”

Alla domanda se pensava di rimanere in Italia, S. ha risposto con un “no” secco, ma ha aggiunto subito dopo: “Io dico così, ma dobbiamo rimanere fino a quando i bambini non finiranno la scuola.”

La scuola è fortemente valorizzata dai genitori albanesi: spesso, però, si trovano nella difficoltà di offrire un sostegno ed un complemento all'apprendimento. Tralasciamo di descrivere alcune differenze pedagogiche e didattiche tra la scuola albanese e la scuola italiana, anche se alcune indicazioni interessanti, a questo proposito, sono venute fuori dalla ricerca. Una differenza pedagogica che possiamo segnalare riguarda la maggiore aspettativa, in Italia, di un coinvolgimento dei genitori nello svolgimento dei compiti a casa. Una insufficiente conoscenza dell'italiano, sommata ad una carente conoscenza della cultura della scuola italiana, spesso impediscono ai genitori (quasi sempre alla mamma) di seguire i figli nei compiti a casa, specialmente in confronto alle mamme italiane.

B.: “Non capisco niente della scuola italiana. Voglio aiutare, ma non posso. … Due, tre ore fa [mia figlia] ha detto una parola in italiano e io non l'ho capita.”

L.: “Io aiuto, ma solo quando capisco. Non capisco tutte le parole dei compiti.”

Del resto, come già evidenziato sopra, le famiglie immigrate non possano permettersi lezioni private per i figli, unica possibilità esistente in tre dei quattro comuni studiati. Un divario di percezione è emerso tra gli insegnanti e i genitori riguardante i compiti di casa: i maestri hanno per lo più dichiarato che i bambini erano sufficientemente seguiti dai genitori nei compiti di casa, mentre le interviste con i genitori hanno rivelato un diffuso senso di disagio e di inadeguatezza, tra le mamme, a riguardo.

Nonostante il generale successo scolastico degli alunni albanesi, nella scuola materna ed elementare, vanno valutati vari fattori socioeconomici che causano la limitazione di realizzare, in pieno, le loro potenzialità: oltre alla già citata mancanza di sostegno, è da considerare che queste famiglie sono inserite in contesti italiani prevalentemente dialettofoni. Inoltre, in solo due delle famiglie era presente il computer, e in ambo i casi, senza collegamento in rete per via della mancanza di telefonia fissa. Si profila il rischio che, col passar degli anni, un iniziale svantaggio economico si trasformi in un vero e proprio gap tecnologico tra gli alunni albanesi e i loro coetanei.
Dal punto di vista della socializzazione dei bambini con i loro compagni di classe italiani, i risultati sono alquanto favorevoli. A Montescaglioso i bambini che abitano nelle campagne sono svantaggiati rispetto a quelli degli altri comuni, per la difficoltà di scambiare visite con gli amici fuori l'orario di scuola. In ben tre interviste, i bambini hanno raccontato di essere stati “insultati” dai compagni con l'affermazione “Tu sei albanese.” Da questo si evince che, già per i bambini di scuola elementare, la loro origine albanese può essere considerata motivo di vergogna.

Un altro aspetto della scolarizzazione degli alunni albanesi, che merita attenzione, è quello dell'evoluzione dei rapporti interfamiliari; frequentando la scuola italiana, i figli acquisiscono ben presto, con la lingua italiana, una competenza molto superiore a quella dei genitori, al punto che i figli, spesso, agiscono da mediatori o da interpreti per i genitori quando devono affrontare delle figure istituzionali. Nel corso di quasi tutte le interviste è arrivato il momento in cui i figli correggevano l'espressione italiana dei genitori davanti alla ricercatrice. In alcuni casi si assiste al rovescio dei ruoli, per cui diventa difficile valorizzare la figura dei genitori (specialmente del padre), già inseriti nei ranghi più emarginati del mercato del lavoro.

 

Pratiche linguistiche. La gestione del bilinguismo ed il mantenimento della lingua di origine

Nell'esame dell'uso della lingua albanese, va tenuto presente che si tratta di una lingua codificata, abbastanza di recente. Così come l'Italia, l'Albania presenta fortissime differenziazioni a livello regionale e locale che, grosso modo, si dividono in due aree linguistiche, quella tosca (del Centro-Sud) e quella ghega (del Nord). Nell'ambito della ricerca sono state intervistate famiglie provenienti dal Centro, dal Sud e dal Nord dell'Albania.


L'attuale momento, di drammatico cambiamento, che sta attraversando la società albanese, dalla caduta del regime, e tutt'ora in atto, ha delle importanti conseguenze sulla costruzione del senso di cultura ed di identità nazionale. Quando i cittadini albanesi immigrano in Italia devono affrontare forti stereotipi negativi che incidono molto sulla tendenza di dimostrare una forte apertura verso la cultura di accoglienza, come evidenziato dal già citato L.Perrone (1998); nella nostra ricerca, questa tendenza è evidenziata se mettiamo gli albanesi, a confronto degli alunni kosovari o maghrebini.
In tutti i casi, tranne uno, l'albanese si può definire la lingua “di casa”, anche se il quadro va sfumato in modo da cogliere realtà diverse. Il solo caso in cui l'italiano “domina” in casa è eccezionale: le figlie sono ambedue nate in Italia e l'uso dell'albanese da parte della madre non trova sostegno nel padre, che è quasi sempre assente, perché lavora nel Nord Italia. L'albanese è la lingua usata in tutti i casi dai genitori, tra di loro, mentre tra i genitori e figli la lingua albanese predomina ma non è esclusiva. L'italiano è invece associato con la sfera pubblica e, per i figli in particolare, con la scuola.

Diversi genitori hanno commentato che parlavano in italiano con i figli in pubblico:

S: Sembra brutto parlare in albanese da solo.

B: Quando visitiamo i vicini, parliamo in italiano. Potrebbe sembrare offensivo e far pensare alle persone che stai parlando male di loro. … Una volta in pubblico [mio figlio] mi ha chiesto di parlare in italiano.

Specialmente quando i figli sono nati in Italia o hanno una lunga esperienza scolastica in Italia, rispondono in italiano all'albanese dei genitori. Tra fratelli si tende a privilegiare l'uso dell'albanese, se uno dei fratelli è in età prescolare, altrimenti è l'italiano – se non addirittura un dialetto locale – la lingua di uso comune. Con compagni di scuola albanesi, si preferisce l'italiano; l'albanese viene usato fuori dall'ambito scolastico e se originari della stessa zona e dunque, con una facilità di comprensione del dialetto.

Senza pretendere di essere esaustivo, lo studio ha posto attenzione sul tipo di uso che si fa dell'albanese nell'ambito domestico; è emerso che l'uso è quasi esclusivamente orale, e con forti inflessioni dialettali, per via della frammentazione linguistica in Albania, descritta sopra. A differenza di quanto la ricercatrice ha costatato a metà degli anni Novanta a Bernalda, oggi non si usa quasi per niente la corrispondenza scritta con il paese di origine, tranne qualche biglietto di augurio, per le festività di Capodanno. Con la diffusione della telefonia cellulare, negli ultimi anni, tutta la comunicazione con l'Albania si effettua ormai con telefonate, con una cadenza media quindicinale. L'uso del telefono cellulare è essenziale per mantenere i rapporti con i parenti della diaspora albanese, stabiliti in altre regioni dell'Italia. Nelle case si sono notati pochissimi materiali di lettura in lingua albanese, sia per adulti che per bambini; in pochissimi casi, specie dove la madre era ex-maestra, erano presenti dei sussidiari di prima elementare per tentare di impartire una conoscenza della lingua albanese scritta ai figli. Poche famiglie ascoltano con assiduità la radio albanese, che si riceve senza grosse difficoltà. Nessuna famiglia – a differenza dei Kosovari– si era attrezzata per poter guardare canali televisivi albanesi. In generale i bambini, come molti loro coetanei, guardano per qualche ora del pomeriggio i cartoni animati italiani.

Molte famiglie sono dotate di registratori VHS ma pochissime hanno videocassette in lingua albanese -e quasi mai adatte all'infanzia-; le videocassette più frequentemente reperibili sono registrazioni di feste familiari nel paese di origine, specialmente matrimoni. Solo due famiglie hanno il computer, anche se sprovvisto di software in lingua albanese e non collegato a Internet; tutti questi elementi, software e posta elettronica, potrebbero “obbligare” alla lettura e scrittura in lingua albanese.

Un elemento positivo, per il mantenimento della lingua albanese, è la facilità di rientrare nel paese di origine. In effetti, è prassi comune, per le famiglie albanesi, di fare un soggiorno in Albania di circa un mese, nel periodo estivo. I genitori intervistati descrivono come buona, la conoscenza della lingua albanese da parte dei figli anche se hanno notato che spesso non conoscono vocaboli di uso comune, e talvolta non conoscono le regole di “buona educazione” albanese e il modo di interagire con i familiari nel paese di origine. Alcuni genitori, con figli in età scolare, hanno rilevato la difficoltà, da parte dei figli, di riprendere l'uso della lingua italiana dopo queste esperienze di “immersione” estiva in Albania.

In un gran numero dei casi considerati, i genitori hanno riferito di essere stati attivamente scoraggiati dagli insegnanti dall'uso della lingua albanese a casa, in particolare nel primo periodo della frequenza del bambino della scuola italiana. In un solo caso eccezionale, è stato riferito che una maestra di scuola materna ha incoraggiato una madre albanese a far sviluppare il bilinguismo del figlio, nato in Italia. Tutti i genitori hanno sottolineato che ritengono molto importante il mantenimento della lingua albanese da parte dei figli, e la stragrande maggioranza dei genitori ha espresso il desiderio di vedere i figli apprendere a leggere e scrivere in albanese. Allo stesso tempo, però, molti genitori si sono mostrati preoccupati che una alfabetizzazione in lingua albanese possa influire negativamente sulla competenza e performance dei figli nella lingua italiana. E' stato inoltre citato, a questo proposito, il fatto che i bambini nella scuola elementare, oltre all'italiano, studiano l'inglese o il francese, come lingua straniera.

F. diceva che avrebbe lavorato più con la figlia per il mantenimento della lingua albanese, se questa avesse già capito bene l'italiano: “Non la vogliamo caricare troppo.”

Interrogata se pensa che il mantenimento della lingua albanese possa creare problemi con l'italiano dei figli o con la scuola, S. dice: “Sì, un po', perché usiamo più l'albanese a casa.”

B. voleva insegnare al figlio a leggere e a scrivere in albanese ma ha rinunciato: “Non voglio farlo imbrogliare con l'italiano.” Alla domanda se pensa che il mantenimento della lingua albanese possa creare problemi al figlio, dice: “Sì, potrebbe confondere il suo italiano. Studiano anche francese a scuola. Ho paura che s'imbrogli”.

Un bambino kosovaro ha espresso il desiderio di imparare a leggere e scrivere in albanese, ma ha detto, “Ho paura di dimenticare l'italiano.”Chiesto perché mai pensava questo, diceva, “Non lo so.”


I genitori albanesi danno una forte priorità all'apprendimento corretto della lingua italiana e, in genere, i maestri si esprimono molto positivamente sulla competenza dell'italiano da parte dei loro alunni albanesi. Gli insegnanti notano che agli albanesi, anche dopo diversi anni di scuola italiana, resta una grande difficoltà con le lettere doppie. Un aspetto, non commentato, ma presente è quello dell'influenza dei dialetti italiani locali: per via del loro inserimento socio-economico, l'italiano dei genitori albanesi si rivela fortemente marcato dai dialetti locali, e i loro figli, in questo, spesso, non si distinguono dai compagni italiani.

 

Altri aspetti relativi alla cultura di origine

La visita nelle case delle famiglie, ha permesso all'antropologa di osservare anche la esternazione del legame con il paese di origine, per esempio, attraverso gli arredi ed i decori domestici. In realtà sono poco diffusi segni quali souvenir albanesi o fotografie esposte (anche se le raccolte delle foto dei viaggi in Albania e dei familiari erano molto nutrite). Oggetti con riferimenti religiosi sono altrettanto scarsi, tranne oggetti di culto cristiano (ad es. figure della Madonna, di Padre Pio) anche presso famiglie musulmane. Va detto che, a differenza di altri gruppi di immigrati, tra gli albanesi la religione non è un fattore importante per una coesione identitaria, e ancor di meno lo è per la promozione della lingua di origine (a differenza, per esempio, dell'arabo). Mentre la religione non è vista come fattore di identificazione con il gruppo di origine, viene invece vista come fattore di integrazione nella società italiana, sia dagli albanesi che dagli autoctoni; una maestra ha commentato che “nell'adottare il cattolicesimo, diventano completamente italianizzati”. Significativo a questo proposito il commento di un padre musulmano, che parlando dell'orario di religione, ha parlato della “religione italiana.” Delle famiglie intervistate, tutte erano nominalmente musulmane, tranne una famiglia ortodossa e una mista ortodossa-cattolica. Con l'eccezione di un solo caso, i bambini delle famiglie intervistate seguono l'orario di religione a scuola; diverse famiglie musulmane hanno fatto battezzare i figli, ma più che una vera e propria adesione alla fede cattolica questi battesimi fanno parte di strategie di integrazione e di consolidamento di legami con amici e vicini di casa italiani (cfr. D.L. Zinn – A. Rivera 1995). Nello spiegare dei motivi dei battesimi, i genitori hanno citato l'importanza di “non far sentire diversi i bambini”.

N. definisce la sua una famiglia “senza religione”, ma ha battezzato i due figli e la grande fa catechismo. Interrogata perché li ha fatti battezzare, dice: “L'abbiamo fatto per i figli, per non tenerli separati dagli altri bambini, quelli italiani. Perché dopo si offendono, [gli italiani gli dicono] ‘Tu non vai in chiesa…'”.

A: Volevo battezzare il bambino, anche se siamo musulmani. Ma ora vivo qui e devo fare quello che fanno tutti. Quando [mia figlia] si è iscritta a scuola, mi hanno chiesto [per l'orario di religione] e ho detto che deve fare quello che fanno gli altri.

Nelle famiglie musulmane, con figli maschi, nonostante l'apparente adesione al cattolicesimo, tutti hanno espresso l'intenzione di fare circoncidere i figli, in un futuro viaggio in Albania.

Dal punto di vista del legame visibile con la cultura di origine, i kosovari presentano una situazione assai diversa dagli Albanesi. Le famiglie kosovare, nonostante ristrettezze economiche, hanno la televisione satellitare, per seguire le reti del Kosovo e comunque di lingua albanese. Le loro case hanno molti oggetti che fanno riferimento all'Islam. Le interviste si sono svolte nel periodo del Ramadan e si è potuto notare che, a differenza dei musulmani albanesi, i kosovari hanno rispettato in maniera rigorosa le regole religiose. Il capo di una delle famiglie kosovare, poi, ha parlato della sua intenzione di aprire un ristorante di cucina kosovara; quella della ristorazione è una assai comune forma di “imprenditoria etnica” tra le comunità immigrate, ma pare, invece, quasi impensabile tra gli albanesi, che nelle interviste rivelano di avere adottato molti elementi della cucina italiana, in diversi casi attribuendo una preferenza per la cucina italiana da parte dei figli.

Suggerimenti per un progetto interculturale di mantenimento della lingua albanese

Lo studio svolto suggerisce diverse linee guide per lo sviluppo di un progetto interculturale.

1) Innanzi tutto va dedicata attenzione alla formazione degli insegnanti, soprattutto per quanto riguarda la teoria linguistica e il bilinguismo, nell'ottica di correggere il diffuso pregiudizio contro il bilinguismo precoce.

2) Anche se lo studio è stato utile per la creazione di rapporti per un futuro lavoro a favore del mantenimento della lingua albanese, si è riscontrata l'esigenza di un miglior dialogo tra il mondo della scuola, i genitori albanesi e le comunità albanesi.

3) Vanno valutate modalità per valorizzare, nel progetto, la figura dei genitori, portatori di conoscenze troppo spesso sminuite o senza possibilità di applicazione, per via della loro collocazione nella società italiana, e agli occhi dei figli, carenti di competenze con la lingua italiana.

4) Si potrebbe pensare di avvalersi delle comunità arbereshe, storiche comunità albanesi che fanno parte del patrimonio regionale. Queste offrono un valido spunto di riflessione sui movimenti migratori storici, sulle diversità già esistenti in seno alla società italiana.

5) Bisognerebbe puntare sulla curiosità dei compagni di classe italiani per rafforzare il senso di stima e per motivare gli alunni albanesi perché mantengono in maniera attiva la loro lingua di origine. A tal fine si insiste sulla necessità di coinvolgere tutta la classe in un progetto interculturale, affinchè il mantenimento della lingua albanese non diventi motivo di “ghettizzazione” degli alunni albanesi.

6) Va incorporato nel progetto l'uso di mezzi informatici (CD Rom, Internet) come stimoli all'apprendimento della lettura e scrittura della lingua albanese. In questo modo si favorisce anche l'alfabetizzazione informatica, spesso carente negli alunni albanesi per mancanza di computer e collegamento Internet a casa.

7) Una considerazione di ordine generale riguarda il bisogno che i Comuni si attivino per predisporre delle convenzioni, con associazioni o enti, per fornire un servizio di doposcuola a un costo non esoso per le famiglie immigrate.


Un insieme di considerazioni etiche e scientifiche informa la nostra prospettiva sul mantenimento della lingua albanese tra gli alunni albanesi e la forte convinzione che la lingua e la cultura di origine sono elementi identitari da valorizzare, non da nascondere o sommergere. L'intervento da noi proposto non verte soltanto sul mantenimento della lingua albanese, ma è teso a gettare le basi di un serio lavoro interculturale per promuovere una positiva futura convivenza.

Dorothy Louise Zinn

 

Bibliografia


S. Bonetti 1997 Insegnamento dell'italiano integrato con la lingua del paese di origine
(PROTEO), in Educazione Interculturale: Dalla teoria alla prassi. I Quaderni di
Eurydice n. 11., Parretti Grafiche per il Ministero della Pubblica Istruzione, Firenze:
83-86.

G. Di Raimondo Giani 1996 Italiano e lingua straniera: spunti didattici per un
bilinguismo precoce, in L'Educazione linguistica nella scuola elementare. Atti del
Seminario regionale di verifica, IRRSAE Puglia, Quaderno n.34, Bari: 47-58.

L. Perrone (a cura di) 1998 Né qui né altrove. I figli degli immigrati nella scuola
salentina. Sensibili alle Foglie, Tivoli.

R. Titone 1993 [1973] Bilinguismo precoce ed educazione bilingue, Armando Editore, Roma.

A. Tosi 1995 Dalla Madrelingua all'italiano: Lingue ed educazione linguistica nell'Italia multietnica, La Nuova Italia, Firenze.

D.L. Zinn – A. Rivera 1995 “Notes on a Displaced Womanhood: Albanian Refugee
Women in Southern Italy”. The Anthropology of East Europe Review, Volume 13, 1:
23-29.

Strumenti, Risorse ed Attività

Lo svolgimento del progetto interculturale, per il mantenimento della lingua albanese, va indubbiamente tarato a secondo la destinazione e la realtà locale in cui si dovrà attuare. In ogni caso, si sta approntando uno strumento unico di base: un abbecedario da colorare, in quattro lingue (italiano, albanese, inglese, francese), accompagnato da un CD Rom. Sul modello proposto da Vinicio Ongini, esperto di multi cultura, si potrebbe creare la “valigia intercultuale” in cui libri, musicassette, strumenti musicali, favole, tessuti, ricami, oggetti, cibi e quanto ritenuto importante a comunicare l'identità di un popolo, potrebbero servire ad una migliore conoscenza degli albanesi, avendo come obiettivo l'azzeramento del pregiudizio. Le attività didattiche di accompagnamento dell'impiego dell'abbecedario potrebbero essere molte, secondo l'inclinazione dei maestri che attivano il progetto e comprendere laboratori teatrali, danza, musica, gite scolastiche, gemellaggi con scuole albanesi, mostre fotografiche sull'Albania. Vogliamo segnalare l'uso didattico dei libri multi lingue dell'associazione Tolbà e lo spettacolo dei Teatro dei Sassi, “La storia dei mille giuramenti