La Nuova Basilicata – 17 febbraio 2002

Comincia l’esperienza di Extra e de “La Nuova Basilicata”, due modi di raccontare la realtà

di Antonella Ciervo


Pensieri fuori dalle mura

MATERA – La cultura del diverso passa anche attraverso le sbarre di un penitenziario. Una parola, questa, che riporta alla mente punizioni e “penitenze” per colpe commesse. Un’onta che nel passato marchiava per sempre anche coloro che si erano macchiati di piccoli reati.
Ed è la stessa colpa che oggi è negli occhi delle migliaia di detenuti rinchiusi nelle carceri italiane. E lo è ancora di più per chi appartiene a culture e lingue diverse e non riesce ad integrarsi facilmente ad una condizione tanto particolare come quella dei detenuti. Diventa difficile, dunque, il compito di spiegare che attraverso le parole, il racconto e per certi versi il confronto, è possibile superare barriere così insormontabili.
Ma è quello che i volontari dell’associazione Tolbà di Matera hanno fatto, prendendo spunto da un progetto del Ministero della Giustizia, del Dipartimento dell’Amministrazione penitenzaaria e della Casa circondariale di Matera.
E così è nato Extra, il supplemento che oggi esce gratuitamente insieme alla “Nuova Basilicata” e che rappresenta anche l’inizio di un nostro personale percorso. Attraverso le storie dei dieci detenuti che hanno composto la redazione di questo giornale multilingue, anche noi giornalisti, abituati (forse anche un pò rassegnati) alle notizie che ogni giorno Questure e commissariati ci fanno giungere, faremo i conti con una realtà che sembra facile da raccontare ma che è così difficile da vivere e da comprendere a fondo.
Un esercizio di buon giornalismo che vale da entrambe le parti e aiuterà a crescere un po’ tutti e ad abituarci ad accettare la “cultura del diverso” e a farla nostra, anche nel lavoro di tutti i giorni. Ma meglio di chi scrive, può essere utile leggere la presentazione del protetto: “E’ importante, dare strumenti culturali oltre che umani di consapevolezza delle proprie capacità. I racconti di queste persone possono servire al Paese ospitante, a conoscere meglio la storia della disperazione e i bisogni non soddisfatti dagli immigrati. La presenza di cittadini stranieri nel territorio italiano rappresenta una ‘novità’ per i l’Italia che storicamente luogo di emigrazione, negli ultimi anni è diventata meta di immigrazione”.
Resta da chiedersi, a questo punto, se il ruolo di rieducazione e di inserimento nella società civile debba essere svolto solo e unicamente dalle strutture detentive alle quali, più giustamente, andrebbe affidata più semplicemente la gestione del periodo che i cittadini exracomunitari trascorrono al loro interno per scontare la pena. C’è tanto lavoro da fare, ma l’inizio sembra promettente. Buon lavoro a tutti.

Il direttore del carcere commenta l’iniziativa alla luce delle modifiche alla riforma del ’75

Un percorso di crescita e rieducazione

di Michele Ferrandina

MATERA- Con l’oramai a tutti nota riforma penitenziaria del ‘75 e le successive modifiche legislative nel frattempo intervenute (tra le più famose L. Gozzini dell’86 e L. Simeone del ‘98) si è finalmente acclarato il principio costituzionale che la pena non è afflittiva ma deve tendere al recupero sociale del rispetto. La legge penitenziaria in ordine a ciò individua strategie di intervento da attuarsi attraverso appropriati interventi di tipo educativo e riabilitativo ed aprendo il carcere a significativi contatti con la comunità esterna, alla partecipazione del volontariato. Strumento indispensabile per il raggiungimento dell’obiettivo strategico individuato dal legislatore è il trattamento penitenziario, cioè quel complesso di attività che vengono organizzate all’interno degli istituti penitenziari a favore dei condannati (attività lavorative, culturali, sportive, ricreative, religiosi, assistenziali, ecc.), attività che sono finalizzate alla rieducazione e al recupero del reo e al suo reinserimento nella vita sociale. Le attività, in genere, devono possibilmente strutturarsi in progetti su modalità rieducative articolate e progressive, in grado di contribuire al processo di risocializzazione del reo nel rispetto dei valori fondamentali della persona umana, posta al centro dell’universo giuridico anche se in sede di esecuzione penale. I1 problema della devianza e della criminalità va affrontato insieme, dall’amministrazione centrale dello Stato e dalle istituzioni territoriali, per mettere a punto strategie dirette al conseguimento di finalità comuni. Le politiche sociali tese a ridurre la conflittualità sociale, a prevenire le cause di devianza, a intervenire sui soggetti marginali affinché non si riservino sul circuito penale e a favorire occasioni di reinserimento socio-lavorativo a detenuti, devono raccordarsi con le direttive in materia penitenziaria. E’ certamente necessario dare una risposta ai comportamenti devianti, ma probabilmente questa risposta non può e non deve essere necessariamente solo il carcere. Naturalmente l’apporto esterno deve essere più significativo per i detenuti extracomunitari che vivono rispetto ai detenuti italiani, una ulteriore esclusione: quella di sentirsi estranei ad un contesto culturale e linguistico di cui spesso non comprendono l’approccio alle situazioni ed ai problemi. Difficoltà che il più delle volte viene interiorizzata e vissuta da parte degli extracomunitari detenuti come lesioni di diritti. La mediazione culturale, nel caso specifico, deve svolgere una funzione di tramite tra il bisogno del detenuto-straniero e le offerte di servizi dell’amministrazione Penitenziaria e degli enti locali, assicurando interventi di interpretariato linguistico e di ordinamento. Concludendo ammettendo che oggi il contesto sociale in cui è ubicata la struttura carceraria che dirigo è certamente iù attento e sensibile a tali problemi ed auspico in futuro forme sempre più strette di collaborazione, soprattutto se inserite in percorsi di mediazione culturale, nonché una sempre più convinta partecipazione della comunità esterna all’azione rieducativa attuata in carcere.