La Nuova Basilicata – 2 marzo 2002

La pena da assolvere deve portare ad una rinascita etica e sociale

di Antonella Ciervo


Legge per tutti o nessuno

MATERA – Scrive Badir Trabelsi, uno dei “colleghi” che scrive da dietro le sbarre: “La prima regola appena sali in barca è dimenticare il passato e guardare avanti”. Un compito che, all’interno di una cella, diventa un’impresa titanica. Soprattutto quando la cella non è il tuo ambiente ideale e per scelta, o per errore, sei costretto a viverci per un periodo della tua vita. E così passano i giorni tra partite di pallone, i quadretti con gli stuzzicadenti e il giornale. Un “Extra” che rappresenta l’evasione (intellettuale) spesso cercata e difficilmente individuata. L’occasione ideale per spiegare, ad esempio, cos’è l’Islam e quali sono le sue regole più importanti, come fa Omar Zini. Una lezione di integrazione multirazziale e la negazione di tutti i luoghi comuni che vedono questa religione come un insieme di principi senza deroghe e dei quali purtroppo poco si conosce. Per Labidi, invece, il carcere è una sala di riunioni e una scuola. Ma rappresenta anche un mondo a parte, fatto di colori e lezioni che soltanto in questo luogo si possono vedere e imparare.

Dunque, per la seconda volta, i nostri colleghi “cronisti dall’interno” ci spiegano come si vive guardando il mondo da un’altra ottica, che non vuol semplicemente dire da dietro le sbarre, ma anche dalla parte di chi non gode della fiducia e della credibilità dei nostri simili. Un’altra piccola lezione insegnata con le parole semplici di chi vuole ancora imparare.

Il direttore del carcere di Matera presenta il secondo numem della rivista

Prosegue il percorso educativo

di Michele Ferrandina

Siamo al secondo numero del progetto Extra.
Ancora una volta si è voluto dare voce ai detenuti affinché potessero esprimere liberamente ogni sensazione, ogni pensiero da comunicare all’esterno. Ancora una volta emerge, così come rilevato la volta scorsa, una sensazione di abbandono, il detenuto extracomunitario si sente escluso da un contesto culturale e linguistico di cui spesso, non comprende le dinamiche e le modalità per risolvere i suoi problemi.
Il detenuto extracomunitario vive la detenzione come una lesione di diritti e tutto quello che lo circonda viene visto in termini negativi tanto da renderlo pessimista e diffidente. L’unico suo obiettivo rimane il giorno della scarcerazione. In tale contesto certamente non risulta facile l’impegno degli operatori penitenziari e quello dell’associazione Tolbà che ha assunto un compito di mediazione. Il progetto continua ad avere un carattere sperimentale, che attraverso gli interventi di mediazione nell’ambito di attività culturali, non perde di vista il risultato finale che è quello di favorire iniziative di informazione sulle problematiche del mondo del lavoro. Nella prima parte del progetto si è cercato dì dare ai detenuti delle conoscenze che possano facilitare l’inserimento nel mondo del lavoro in Italia, laddove sussistono le condizioni di legge, oltre che mezzi e strumenti che possano agevolare il reinserimento lavorativo nei paesi di origine. Resta ovvio che l’obiettivo finale, che rimane il reinserimento del reo, potrà essere raggiunto solo se la comunità esterna sarà in grado e sarà nelle condizioni di offrire possibilità di lavoro. Solo in tal modo il percorso rieducativo attivato nella struttura penitenziaria potrà avere un senso.
Il corso di mediazione culturale, come quello che l’Amministrazione Penitenziaria sta offrendo, oltre che tutte le altre attività che si svolgono all’interno del carcere non sono altro che alcuni degli strumenti utili per raggiungere l’obiettivo finale: la rieducazione del condannato.

Chiedono di potersi inserire in futuro nel mondo del lavoro

La parola democrazia

I detenuti affrontano il tema dei diritti in carcere

Quando pronunci la parola democrazia, ti senti un cittadino libero, ti senti diverso da persone che provengono da Paesi in cui non c’è libertà: dove non c’è libertà non ci sono diritti! Siamo detenuti nel carcere di Matera e conosciamo bene i diritti dei detenuti, i diritti che sono sanciti dalla legge. Abbiamo scelto di parlare di questo argomento perchè sappiamo di essere in diritto di poterlo fare; siamo sicuri di non offendere nessuno, né chi amininistra il carcere, nè gli altri detenuti e di non calunniare nessuno. Vogliamo raccontare quello che avviene nel carcere solo perché vogliamo migliorare le nostre condizioni di vita perché siamo detenuti in un Paese democratico. Molti di noi desiderano essere mandati in un altro carcere. Attenzione: non voglio dire che siamo dentro un “inferno” ma vorremmo stare in un programma che ci aiuti ad inserirci nella società, quando saremo liberi; è un nostro diritto! Vogliamo ringraziare dirigenti sanitari, perché in questo carcere, fanno il loro dovere. Non vogliamo parlare o giudicare nessuno delle persone che lavorano in questo carcere, ma chiediamo di essere aiutati a fare dei corsi di cuochi, di elettricisti, di muratori, di tutto quello che ci potrà aiutare, quando
saremo scarcerati a trovare una strada giusta. Potremmo fare delle borse lavoro con il Comune; qui esiste un blocco per la semi libertà ma purtroppo non viene utilizzato. Noi abbiamo paura che stando in ozio possa nascere, qui dentro, un grande odio fra di noi a causa della inattività in cui viviamo. Ma grazie a questo giornale, abbiamo una possibilità per essere impegnati per esprimere i nostri diritti. Ora che rileggiamo quello che abbiamo scritto, ci viene in mente che negli Stati Uniti ci sono degli Stati in cui c’è la pena di morte ed altri in cui non c’e e nello stesso tempo noi siamo contro…