La Nuova Basilicata – 27 aprile 2002

In molti sperano che l’esperienza venga ripetuta ma la considerano comunque una crescita

Esce l’ultimo numero della rivista realizzata da alcuni detenuti extracomunitari

di Antonella Ciervo


Extra saluta i materani

In ognuno di loro, che non ho incontrato (e che forse non incontrerò mai) ho ritrovato me stessa e i miei vent’anni di carriera. La passione per il mestiere delle parole e dei fatti, gli alti e bassi quando scrivere e farsi capire diventa difficile o, più semplicemente, la scelta di seguire un sogno giovanile e farlo diventare realtà. Fare il giornalista, raccontare la realtà che si vive ogni giorno non è facile e lo è meno se lo spazio a disposizione è grande quanto una stanza. I luoghi comuni sul regime carcerario forse non bastano a descrivere lo stato d’animo di chi, proprio attraverso un’idea, un progetto, può coltivare delle ambizioni, capire che la vita in un Paese che non è il proprio non è fatta soltanto di furti e illegalità. I nomi che ho scritto in apertura di questo articolo sono la dimostrazione che tutto può diventare possibile, che a volte, anche chi conduce una vita normale e crede di aver trovato molte delle risposte che cercava può essere sorpreso dal coraggio e dalla obiettività espresse in poche righe.
Extra mi mancherà come mi sarebbe mancato un consiglio utile o una seduta dall’analista (che non frequento). In queste settimane insieme all’identità di questa rivista sono cresciuta un po’ anch’io; sono riuscita a guardare con più disincanto realtà che ai miei occhi erano spesso incomprensibili, o peggio, legate a falsi luoghi comuni. La mia anima garantista ne è uscita rafforzata e ancora più convinta.
A i miei colleghi di via Cererie auguro di mantenere intatti i loro migliori sogni e di essere forti a sufficienza per farli diventare realtà.
A presto

Tutto può diventare possibile anche i sogni che a volte diventano realtà

Dalla rubrica “le lettere” del 5 marzo 2002

Con l’inserto “Extra” si è aperta una finestra sul mondo

Gentile redazione de “La nuova Basilicata”, ho apprezzato molto l’iniziativa di dare visibilità, con EXTRA, agli scritti di alcuni immigrati, nelle loro lingue; ho poi scoperto che EXTRA è fatta da detenuti ed allora la mia attenzione è diventata maggiore ed anche il mio apprezzamento. Credo che il lavoro dei volontari dell’associazione Tolbà, la vostra disponibilità assieme alla sensibilità degli immigrati possano aumentare le nostre conoscenze e metterle a confronto con altre esperienze. Purtroppo le carceri italiane sono piene di detenuti stranieri che per cause diverse ci finiscono dentro. Di certo non tutti gli immigrati sono degli angioletti, ma forse l’essere poverissimo, senza conoscere la lingua e le leggi del paese ospitante fa commettere più reati. Ho idea che si possano definire davvero criminali coloro che trafficano e speculano su esseri umani e, per chi lascia con sofferenza la propria famiglia e il proprio paese di origine, bisognerebbe avere maggiore comprensione e più capacità di ascolto. Grazie per lo spazio che date alle altre culture. Lettera firmata.

“Extra”, una finestra reale sul mondo dell’immigrazione

di GiuseppeMininni

Negli ultimi mesi, a sabati alterni, la Nuova Basilicata sta ospitando un paginone, una sorta di lenzuolo comunicativo, Extra, che ci ha fatto incontrare un mondo, della cui esistenza sappiamo da tempo, ma ameremmo tenercene a distanza. E’ il microuniverso composto da quegli immigrati nel nostro paese, che sono stati condannati per reati commessi all’uso e allo spaccio della droga e scontano la loro pena nel carcere di Matera. Orientata com’è dai parametri del parlare comune, la nostra mente stenta a contenere tanta negatività nell’immagine di una sola persona: sono “extracomunitari”, cioè fondamentalmente alleati con altre divinità, e per giunta profanatori della nostra legalità in quanto untori di peste dell’anima. E’ difficile pensare che si possa essere più brutti, sporchi e cattivi! Proprio perché la loro quasi oggettiva condizione di “alienità” è per noi così disturbante, risulta tanto più apprezzabile l’iniziativa di dare loro la parola e, quindi, tanto più meritorio il coraggio di chi ne ha la responsabilità. Ogni testo “Extra” può essere letto come un sassolino scaglionato contro la corazza della nostra indifferenza, ma una siffatta chiave interpretativa ci espone al rischio di ridurre il valore di questa offerta dialogica nella routine moralistica e un pò superficiale del “vogliamoci bene”. Per evitare tale trappola, bisognerebbe prendere sul serio l’intenzione comunicativa sottesa a ogni singolo testo, confrontando i suoi interessi argomentativi con i nostri modi di pensare. Ammetterò volentieri che alcuni testi (soprattutto quelli relativi al confronto tra l’Islam e l’Occidente) possano suscitare nel lettore qualche commento di disaccordo, ma ciò mi ha indotto a valorizzare ancora di più la dignità che li ha ispirati. Certo, in queste brevi note non è possibile impegnarsi nell’analisi dei problemi evocati dai testi; vorrei semmai limitarmi a richiamare qualche riflessione di sfondo che essi hanno prodotto in me come studioso dei processi psicosociali della comunicazione. Ad una lettura anche solo rapida e sbrigativa di questo “lenzuolo”, ci si imbatte in significati su cui conviene trattenersi un pò, per vedere se possano alimentare la nostra coscienza civile. Come ognuno può subito percepire, “Extra” evoca chiaramente il mondo degli esclusi della nostra comunità materialmente appagata. Ma è anche prefisso del grado superlativo (extralarge), ovvero di un modo straordinariamente atroce di essere al mondo. Inoltre “Extra” codifica un’esperienza plurale, perché e scritto alternando minuscolo e maiuscolo, variando i caratteri e ponendo in grassetto la x in modo da dare a questa lettera il valore del ]inguaggio numerico, per cui gli extracomunitari sono in realtà condannati a rimanere sempre un’incognita. Il lettore è costretto a compiere varie operazioni di “straniamento”, naturalmente non nel senso estetico di reinvestire il mondo con occhi incantati, ma nel senso etico-antropologico di guardarsi da un altrove. E’ straniante il grande punto interrogativo che capeggia nel settore superiore destro, a ricordare che ciò che questi testi fanno è una cosa sola: domandare senso (e chiedere aiuto). E’ straniante ritrovare la propria lingua disseminata accanto ad altre, come una tra tante possibilità espressive, ed è sintomatico che vi manchi l’inglese, ritenuta forse espressione di dominio proprio perché lingua dominante. “Extra” prova a farci giungere le ragioni degli ultimi tra gli esclusi affidandole all’attesa di una Babele felice. Beninteso, il lenzuolo “Extra” suggerisce al lettore di ‘extranearsi”, cioè di uscire da sé, dalle sue comode e abituali routine interpretative del mondo non solo per le insolite procedure formali che vengono proposte sul piano grafico, ma soprattutto per i contenuti presenti dagli autori dei vari testi, di cui il lettore finisce via via per farsi un’idea, ancorché vaga. E’ inevitabile che il discorso torni insistentemente sulla durissima esperienza del carcere, luogo che appare destinato di per sé quasi solo a svuotare di senso la vita. Ma -come mirabilmente dice Gentian Bali con il suo lunghissimo lapsus, “se un cittadino italiano soffre dieci, io, come straniero, soffro cento volte”; in effetti, al di là delle circostanze e delle stesse intenzioni degli operatori, il sistema penale impone un superplus in termini di abbandono totale e di estremo isolamento, che certi detenuti devono (s) offrire per pagare il loro debito all’idea di giustizia propria della nostra comunità. Dove traspare il superplus di sofferenza in questi testi? Quello che noi facciamo pagare loro in più è di non dirsi più. Di solito i testi di “Extra” non parlano delle singole persone in quanto tali: nessuno crede più che la propria vicenda interessi davvero a qualcuno, che le proprie motivazioni abbiano un qualche valore, nessuno sembra avanzare la giusta pretesa di poter godere del diritto ad avere i propri sentimenti. Si sono autoconvinti che noi preferiamo saperli solo automi rinsaviti e non febbrili tessitori di una storia personale. Ad esempio, essi insistono nel voler imparare da noi un mestiere, quasi volessero scrollare dall’immagine della loro diversità il peso di sentirsi non solo inutili, ma anche a nostro carico. Nel contempo ci mandano a dire di aver compreso che noi saremmo più facilmente disposti verso di loro se essi si presentassero più simili a noi. C’è da augurarsi, invece, che il loro apprendistato non comporti una piatta omologazione al nostri discutibili ideali di vita, ma renda possibile qualche reinterpretazione creativa di saperi e di pratiche da parte loro. In estrema sintesi, il valore straordinario del nostro incontro con “Extra” è nello scoprire non tanto che sia possibile vedere il mondo in un altro modo, né che vi siano più semplicemente altri mondi, diversi di per sé, quanto che noi siamo gli altri che potrebbero cominciare a rendere diverso il mondo di tutti, se solo proviamo ad ascoltare quelli che la stessa forza delle nostre ragioni tenderebbe ad escludere.