La Nuova Basilicata – 30 marzo 2002

Nel nuovo numero di Extra le riflessioni su religione e attualità

di Antonella Ciervo


Dall’Islam fino ai Testimoni di Geova passando per il concetto di democrazia

Dialogo, segno di libertà

Come spiegare la differenza fra i Testimoni di Geova e i musulmani? E come sfatare i luoghi comuni sull’islam? Il compito arduo, ma non impossibile, è portato a termine dai redattori della rivista Extra che questa settimana tocca temi di grande impatto. Sembra strano o addirittura poco plausibile l’ipotesi del conflitto voluto contro l’Islam; evidentemente si è creata una situazione nella quale è molto difficile convincere chiunque dell’innocenza, della corretteza e la giustizia di questa religione – si legge nell’editoriale. Il dialogo, termine cui spesso, forse troppo, si fa riferimento assume i contorni di un’entità poco distinta. E’ il dialogo tra religioni differenti quello che serve? O quello tra persone della stessa nazione ma divise da differenti ideologie?
Tra le pagine di Extra la spiegazione non arriva in modo diretto. E’ il frutto di una serie di ragionamenti che portano, poi, all’analisi di quello cui l’Occidente sta assistendo. Tra l’incredulità e l’impossibilità di capire il “diverso” scorre un mondo e una cultura che i ragazzi di Extra spiegano con semplicità e convinzione.

Nessun pregiudizio, nè per spiegare come si è sviluppata la religione dei Testimoni di Geova, tanto meno per analizzare il concetto di democrazia o per giungere a versi di grande impatto che chiudono pagina 16. Dietro il cancello del penitenziario esiste più obiettività e capacità di analisi di quanto a volte esista sugli scranni istituzionali. Ma per riflettere e imparare è necessario arrivare fino a pagina 15 dove la lettera di un detenuto a un’ex detenuto esplora il mondo che c’è davanti e dietro ognuno di noi. Impossibile non riportarla cernpletamente affidandole il compitodi descrivere questo numero di Extra. “Caro amico ti scrivo per salutarti e per darti un consiglio. Hai l’occasione di restare in Italia non più da clandestino: sfrutta questa occasione! Solo così potrai andare avanti e cambiare strada! Devi evitare i vecchi amici che ti hanno accompagnato su una strada sbagliata, cerca di trovare amici che ti aiutino a costruirti una vita migliore e bella. Cerca di trovare chi ti può dare una mano a trovare la strada giusta, devi affrontare con coraggio la tua nuova vita e la realtà, se hai trovato persone che ti vogliono dare una mano, approfittane perchè vuole dire che queste persone ti vogliono vedere sulla strada giusta. Questa è una fortuna che non capita sempre. Hai capito cos’è la libertà? Usa la tua testa per trovare la strada giusta. Questo è il consiglio di un compagno del carcere e non allontanarti mai dalle persone che ti danno
una mano. Salutami i tuoi nuovi amici. Ciao Diallo”. Buona Pasqua a tutti.

La società multietnica e la cultura della diversità

di Mario Manfredi

“L’unica cosa che ha in comune con il mondo il fuori è il sole, la luna, la pioggia e le stelle”. “A volte provo a cercare una soluzione alla sofferenza della mia vita ma sento disgusto per tutto ciò che mi circonda. A volte lo stress è tale che arrivo a credere di essere davvero un nemico per gli altri”. Sono espressioni che si rinvengono in due degli interventi di detenuti immigrati che collaborano al progetto “Extra”. Suscitano una riflessione. La società multietnica -sia quando “funziona”, sia quando incorre nei disagi della coesistenza con persone provenienti da Paesi lontani – ha indotto a portare l’attenzione sulle “diversità”. Il grande sforzo culturale degli ultimi anni è consistito nella scoperta della diversità come valore, come occasione di dialogo, di conoscenza, di arricchimento. Si trattava insomma di superare il timore dell’altro, di moderare la diffidenza e l’ostilità verso coloro con cui non ci si può identificare, di diffondere l’idea che l’apertura al diverso non è una rinuncia o una resa, ma coincide con una crescita. Bene: tutto questo era giusto e opportuno e ci ha fatto fare molti passi avanti nel superamento della nostra superbia culturale, dei nostri pregiudizi e delle nostre paure (sempre che non intervenga, a ributtarci indietro, lo sfogo sincero di un Presidente del Consiglio convinto – per dirne una – che gli Arabi debbano ancora marinare secoli di civiltà prima di mettersi a pari con noi). Tuttavia, espressioni come quelle citate all’inizio ci riportano di colpo, e quasi con meraviglia, a forme di sentire comune, ad una sensibilità che ci avvicina, al recupero di reazioni simili in diffocoltà simili. Io credo infatti che trovarsi rinchiusi a sentire che il sole, la luna, la pioggia e le stelle non possano essere tolti da nessuno, sia una sensazione che accomuna il magrehino povero e il più raffinato occidentale. Benedetto Croce diceva che niente può impedire all’uomo in ceppi di sentirsi interiormente libero. Ma non è il caso di professare idealismiì: la galera è galera e nessuna autosuggestione spezza le catene. Il punto è un altro ed è che qui si recupera l’umana vicinanza non passando attraverso la valorizzazione del diverso, ma semplicemente riscoprendo l’affinità. Non sostengo che tutti gli uomini siano naturalmente eguali, ma trovarsi in uno stato tale di disperazione e di estraneità al mondo da provare disgusto per tutto ciò che c’è intorno è sicuramente un’esperienza che accomuna molti uomini di molte culture diverse, ed è un’esperienza comprensibile, perché – sia pure in gradi variabili – capita a tutti di viverla.
Così pure, lo stress che attinge livelli patologici tanto da rivolgersi contro chi lo prova, convincendolo che egli è un nemico per gli altri, non è sicuramente un’esperienza rara e incomprensibile nella nostra società, sempre più concitata, aggressiva e competitiva. Va aggiunto, però, che non è casuale che questo comune modo di sentire e di reagire si manifesti in condizioni negative, com’è quella di essere straniero e detenuto. Come dire che noi recuperiamo una capacità di capire l’altro pur così diverso da noi per tanti elementi – nel momento e per il fatto che l’altro sta vivendo una così grave sventura. La diversità che ci divideva e che ci costringeva ad uno sforzo di riduzione e ad un difficile confronto, svanisce, o almeno si attenua, nel vissuto della sofferenza. La capacità di soffrire, infatti, è comune a tutti gli uomini (e anche ai non umani): ciò favorisce la “simpatia” che, etimologicamente, allude appunto al “soffrire insieme”. Ricordiamocene: prima di andare -giustamente peraltro – alla ricerca della diversità che arricchisce, cogliamo semplicemente la debolezza che si unisce e che cerca -. in noi come nell’altro – una mano scorrevole.

Una colomba per aiutare la pace

Riflessioni sui venti di guerra che spirano ancora nel mondo

Si narra che tanti secoli fa, in Estremo Oriente, viveva, in Mongolia, l’antico popolo dei mongoli che viveva in pace e felice. Tutti i re che erano saliti al potere avevano rispettato la pace del loro popolo. Ma l’odio non aspetta l’amore.
Così, in un baleno, arrivarono i cinesi e sparsero il terrore, lasciando morte e tragedia, compiendo il più grande genocidio contro il popolo mongolo. Così nacque l’odio nel Paese, trasformando il popolo mongolo in un popolo guerriero. E cosi è ancora. Vorrei dire con questo che la pace nasce dall’impegno di due parti, non nasce da una sola parte.
Ma tutti insieme potremo vivere in assoluta tranquillità, nell’amore e nella felicità, in fratellanza multi etnica, senza
dare importanza a quelle persone che vanno contro corrente alla pace e vogliono ferire la nostra colomba bianca, rompendo il ramo d’ulivo, il vero simbolo della Pace. Ma la persona saggia vive in pace con sé stessa e con il mondo, senza odio è la vera felicità! L’anima felice e pura vive la Pace eterna.
Concludendo, vorrei augurare che in Medio Oriente e nei vicoli di Gerusalemme e di Ramallah, questa Pasqua porti il vento della Pace. Così saremo popoli amici e non nemici e lasceremo ai nostri figli la colomba bianca con il ramo verde nel becco.

Avviciniamo di più le nostre culture

Ciao, ha poca importanza chi sono! Ho letto un paio di articoli della rivista Extra. Per quanto ho potuto vedere, non si può sempre parlare degli stessi problemi. Ognuno deve assumersi le sue responsabilità per ciò che ha combinato e non si può scaricare lo zaino sulle spalle degli altri. Ma cosa sto dicendo? Sembra che sia facile sopportare le sofferenze. Per quanto ho potuto vedere, tanti di noi cercano di fare finta che tutto sia normale, ma non è così. Stiamo tirando fuori tutta la nostra grinta, sperando in un domani più felice. Di me posso dire che sono anch’io uno straniero o extracomunitario, per me hanno poca importanza le parole, anche se le parale possano avere un significato toccante e spero di non essere frainteso perché la realtà può essere diversa.

Io non ho trovato tante difficoltà nel capire come stanno le cose, poiché vengo da una cultura simile e non trovo difficoltà nel vedere le cose come le vedete voi italiani. Io credo che le persone di religione musulmana hanno più difficoltà nel capir,. verità è che sono due culture molto diverse ed è proprio per questo che, da un avvicinamento delle due culture, potrebbe venire fuori il meglio di quanto ognuno di noi può dare. Sinceramente posso dire che io non ho trovato nessuna difficoltà a capire la cultura dei musulmani: provate anche voi a capirli, così potremo avere un mondo migliore e sicuramente potremo avere la pace dappertutto.